
Un'illustrazione di Rachel Deville per Massimiliano Iacono
Sviluppi recenti indicano la questione della responsabilità come pregnante nella spiegazione del rimpianto. In verità la questione era stata già sollevata da Loomes e Sugden (1982) nella teoria del rimpianto. Essi definirono l’utilità di un esito come l’utilità della scelta mancata, ovvero l’utile che un soggetto otterrebbe da un’alternativa non scelta; ciò implica una scelta da parte del soggetto che si rende responsabile delle conseguenze della stessa. Sebbene ricerche successive abbiano affinato queste considerazioni, introducendo i gradi di responsabilità che correlano positivamente con l’intensità del rimpianto, resta comunque la convinzione che esiti negativi non controllati o non direttamente provocati genererebbero delusione anzichè rimpianto (Kahneman e Tversky, 1982; Gilovich e Medvec, 1995; Zeelenberg, Van Dijk e Manstead, 1998). In contrasto con questa concezione, alcuni autori sostengono che nell’elicitazione del rimpianto non è necessaria la presenza della responsabilità soggettiva in quanto esso scaturisce principalmente da risultati non conformi agli obiettivi del soggetto (Connolly, Ordóñez e Couglan, 1997; Ordóñez e Connolly, 2000).
Connolly, Ordóñez e Couglan, in un primo paradigma sperimentale, presentarono degli scenari nei quali alcuni studenti cambiavano la sezione dei corsi, scoprendo, a seconda delle versioni, che la nuova sezione risultava migliore, peggiore o uguale alla sezione abbandonata. La scelta poteva essere libera, nel caso in cui fosse stata effettuata dagli studenti stessi, oppure obbligata, nel caso in cui fosse stata effettuata da un computer. Ai soggetti veniva richiesto di valutare, su una scala a cinque punti (da meno due a più due), la differenza tra le emozioni dello studente appartenente ad una condizione ed le emozioni dello studente appartenente all’altra condizione. I risultati non evidenziarono un nesso tra rimpianto e responsabilità. Zeelenberg e collaboratori (1998 ) criticarono l’operazionalizzazione del costrutto, e ripeterono lo stesso paradigma sperimentale chiedendo ai soggetti di stimare responsabilità, rimpianto e delusione su scale a nove punti. Ciò che emerse fu che rimpianto e responsabilità sono positivamente correlati, mentre delusione e responsabilità lo sono negativamente. A questo punto Ordóñez e Connolly (2000) modificano la loro impostazione sperimentale sulla scorta delle argomentazioni dei colleghi, ma le loro conclusioni rimangono sostanzialmente le stesse: viene esperito rimpianto anche in assenza di responsabilità personale. A parità di disegno sperimentale i risultati sono conflittuali; Zeelenberg , van Dijk e Manstead (2000) adducono queste divergenze di risultati alla diversa accezione linguistica del corrispondente olandese di regret. In lingua olandese, il termine spijt sarebbe più circostanziato, contemplando solo i casi in cui la responsabilità è presente. È sempre complicato paragonare i risultati tra ricerche in differenti linguaggi (Russell, 1991), se non si chiarisce qual è l’accezione semantica dei diversi termini in contesti differenti.
Nel contesto italiano l’emozione rimpianto dovrebbe riferirsi a eventi di vita importanti, con conseguenze a lungo termine, che si può avere contribuito o meno a delineare, piuttosto che a insuccessi nell’hic et nunc dovuti a scelte intenzionali e consapevoli che si sono rivelate erronee. I risultati di uno studio sperimentale (Matarazzo, Natullo e Rubinacci, 2003) hanno mostrato che, mentre la responsabilità delle proprie azioni genera rimpianto solo quando la scelta si rivela sbagliata, l’essere stati costretti ad operare una scelta difforme dalle proprie intenzioni è, in sé, una condizione sufficiente a elicitare rimpianto, anche in presenza di un risultato positivo. È interessante, a questo punto, richiamare l’articolo scritto in collaborazione da Connolly e Zeelenberg (2002) che concordano nell’operare una distinzione tra due tipi di rimpianto: uno associato all’esito, l’altro relativo allo stesso processo decisionale. Nel primo caso il valore di un esito viene comparato ad un punto di riferimento, solitamente l’esito di un alternativa; nel secondo si riscontra una componente di “auto-biasimo”, o rabbia verso di sé, dovuto alle sensazioni provocate dal fatto che la scelta effettuata, o il procedimento utilizzato nell’effettuarla, risulta insufficientemente giustificato. I due tipi di rimpianto possono andare a braccetto, come nel caso di una madre che prova sia rimpianto per le conseguenze nel constatare la malattia del figlio, che rimpianto misto a rabbia verso di sé per non avergli prestato maggior attenzione medica (Reb e Connolly, 2005).
Evidenze empiriche rilevano che il rimpianto anticipato può influire sulle decisioni in svariati ambiti, quali l’assistenza medica (Connolly e Reb, 2002), le scelte del consumatore (Simonson, 1992), le negoziazioni (Larrick e Boles, 1995). Richard, van der Pligt e de Vries (1996) sono riusciti a controllare il comportamento sessuale a rischio, chiedendo al gruppo di controllo di esplicitare le loro sensazioni sui comportamenti sessuali a rischio, ed a quello sperimentale di anticipare le sensazioni che avrebbero provato in caso di condotta sessuale rischiosa. I soggetti appartenenti al gruppo sperimentale manifestarono, nell’immediato, buoni propositi di comportamento sicuro, e comportamento meno rischioso nei sei mesi successivi all’esperimento. Tali promettenti risultati vengono attribuiti da Connolly e Reb (2005) a due meccanismi sottostanti, paralleli ai due tipi di rimpianto sopra menzionati. È possibile che la manipolazione accresca il rimpianto per le conseguenze del comportamento rischioso diminuendone il valore, od aumentando il valore della condotta sicura. Un secondo meccanismo, complementare al primo, agirebbe sulla componente di rabbia verso di sé del rimpianto. Reb (2005) ha dimostrato che rendere saliente il rimpianto aiuta a ponderare le decisioni e le rende più oculate. Infatti i partecipanti all’esperimento di Richard e collaboratori hanno valutato diligentemente le alternative, pesato attentamente i costi ed i benefici del comportamento a rischio. L’ipotesi di Connolly e Reb è che il rimpianto non sia solo sintomatico di decisioni fallimentari ma possa ottimizzare le scelte, sia relativizzando l’utilità che un individuo può attribuire a determinate condotte, sia motivando a cercare strategie per evitare le insidie che si possono celare dietro una scelta. In entrambi i casi l’interscambio tra cognizione ed emozione che caratterizza il rimpianto costituisce un ponte tra la stima ragionata degli obiettivi a lungo termine da una parte, e l’attrazione viscerale per il soddisfacimento immediato dall’altra. Naturalmente, nel caso in cui l’accaduto non è relativo ad una scelta libera da parte del soggetto, sembrerebbe superfluo, anzi si configura come un vero e proprio accanimento, paragonare l’esito ottenuto con altre possibilità e sminuirne il valore. Perchè, quindi, produrre un upward controfattuale focalizzato sulla prestazione, sull’adeguamento alle circostanze? Ritorneremo sulla questione nel paragrafo (o meglio, post) successivo.

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