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	<title>Massimiliano Iacono</title>
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		<title>La responsabilità come fattore critico nel rimpianto</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2009 20:26:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>M. Iacono</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sviluppi recenti indicano la questione della responsabilità come pregnante nella spiegazione del rimpianto. In verità la questione era stata già sollevata da Loomes e Sugden (1982) nella teoria del rimpianto. Essi definirono l’utilità di un esito come l’utilità della scelta &#8230; <a href="http://iacono.wordpress.com/2009/01/19/la-responsabilita-come-fattore-critico-nel-rimpianto/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=iacono.wordpress.com&amp;blog=2191553&amp;post=113&amp;subd=iacono&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;">
<div id="attachment_122" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img class="size-full wp-image-122" title="la-machine" src="http://iacono.files.wordpress.com/2009/01/la-machine2.jpg?w=500" alt="Rachel Deville per Massimiliano Iacono"   /><p class="wp-caption-text">Un&#39;illustrazione di Rachel Deville per Massimiliano Iacono</p></div>
<p style="text-align:justify;">Sviluppi recenti indicano la questione della responsabilità come pregnante nella spiegazione del rimpianto. In verità la questione era stata già sollevata da Loomes e Sugden (1982) nella teoria del rimpianto. Essi definirono l’utilità di un esito come l’utilità della scelta mancata, ovvero l’utile che un soggetto otterrebbe da un’alternativa non scelta; ciò implica una scelta da parte del soggetto che si rende responsabile delle conseguenze della stessa. Sebbene ricerche successive abbiano affinato queste considerazioni, introducendo i gradi di responsabilità che correlano positivamente con l’intensità del rimpianto, resta comunque la convinzione che esiti negativi non controllati o non direttamente provocati genererebbero delusione anzichè rimpianto (Kahneman e Tversky, 1982; Gilovich e Medvec, 1995; Zeelenberg, Van Dijk e Manstead, 1998). In contrasto con questa concezione, alcuni autori sostengono che nell’elicitazione del rimpianto non è necessaria la presenza della responsabilità soggettiva in quanto esso scaturisce principalmente da risultati non conformi agli obiettivi del soggetto (Connolly, Ordóñez e Couglan, 1997;<span> </span>Ordóñez e Connolly, 2000).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Connolly, Ordóñez e Couglan, in un primo paradigma sperimentale,<span> </span>presentarono degli scenari nei quali alcuni studenti cambiavano la sezione dei corsi, scoprendo, a seconda delle versioni, che la nuova sezione risultava migliore, peggiore o uguale alla sezione abbandonata. La scelta poteva essere libera, nel caso in cui fosse stata effettuata dagli studenti stessi, oppure obbligata, nel caso in cui fosse stata effettuata da un computer. Ai soggetti veniva richiesto di valutare, su una scala a cinque punti (da meno due a più due), la differenza tra le emozioni dello studente appartenente ad una condizione ed le emozioni dello studente appartenente all’altra condizione. I risultati non evidenziarono un nesso tra rimpianto e responsabilità. Zeelenberg e collaboratori (1998 ) criticarono l’operazionalizzazione del costrutto, e ripeterono lo stesso paradigma sperimentale chiedendo ai soggetti di stimare responsabilità, rimpianto e delusione su scale a nove punti. Ciò che emerse fu che rimpianto e responsabilità sono positivamente correlati, mentre delusione e responsabilità lo sono negativamente. A questo punto Ordóñez e Connolly (2000) modificano la loro impostazione sperimentale sulla scorta delle argomentazioni dei colleghi, ma le loro conclusioni rimangono sostanzialmente le stesse: viene esperito rimpianto anche in assenza di responsabilità personale. A parità di disegno sperimentale i risultati sono conflittuali; Zeelenberg , van Dijk e Manstead (2000) adducono queste divergenze di risultati alla diversa accezione linguistica del corrispondente olandese di regret. In lingua olandese, il termine spijt sarebbe più circostanziato, contemplando solo i casi in cui la responsabilità è presente. È sempre complicato paragonare i risultati tra ricerche in differenti linguaggi (Russell, 1991), se non si chiarisce qual è l’accezione semantica dei diversi termini in contesti differenti.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Nel contesto italiano l’emozione rimpianto dovrebbe riferirsi a eventi di vita importanti, con conseguenze a lungo termine, che si può avere contribuito o meno a delineare,<span> </span>piuttosto che a insuccessi nell’hic et nunc dovuti a scelte intenzionali e consapevoli che si sono rivelate erronee. I risultati di uno studio sperimentale<span> </span>(Matarazzo, Natullo e Rubinacci, 2003)<span> </span>hanno mostrato che, mentre la responsabilità delle proprie azioni genera rimpianto solo quando la scelta si rivela sbagliata, l’essere stati costretti ad operare una scelta difforme dalle proprie intenzioni è, in sé, una condizione sufficiente a elicitare rimpianto, anche in presenza di un risultato positivo. È interessante, a questo punto, richiamare l’articolo scritto in collaborazione da Connolly e Zeelenberg (2002) che concordano nell’operare una distinzione tra due tipi di rimpianto: uno associato all’esito, l’altro relativo allo stesso processo decisionale. Nel primo caso il valore di un esito viene comparato ad un punto di riferimento, solitamente l’esito di un alternativa; nel secondo si riscontra una componente di “auto-biasimo”, o rabbia verso di sé, dovuto alle sensazioni provocate dal fatto che la scelta effettuata, o il procedimento utilizzato nell’effettuarla, risulta insufficientemente giustificato. I due tipi di rimpianto possono andare a braccetto, come nel caso di una madre che prova sia rimpianto per le conseguenze nel constatare la malattia del figlio, che rimpianto misto a rabbia verso di sé per non avergli prestato maggior attenzione medica (Reb e Connolly, 2005).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Evidenze empiriche rilevano che il rimpianto anticipato può influire sulle decisioni in svariati ambiti, quali l’assistenza medica (Connolly e Reb, 2002), le scelte del consumatore (Simonson, 1992), le negoziazioni (Larrick e Boles, 1995). Richard, van der Pligt e de Vries (1996) sono riusciti a controllare il comportamento sessuale a rischio, chiedendo al gruppo di controllo di esplicitare le loro sensazioni sui comportamenti sessuali a rischio, ed a quello sperimentale di anticipare le sensazioni che avrebbero provato in caso di condotta sessuale rischiosa. I soggetti appartenenti al gruppo sperimentale manifestarono, nell’immediato, buoni propositi di<span> </span>comportamento sicuro, e comportamento meno rischioso nei sei mesi successivi all’esperimento. Tali promettenti risultati vengono attribuiti da Connolly e Reb (2005) a due meccanismi sottostanti, paralleli ai due tipi di rimpianto sopra menzionati. È possibile che la manipolazione accresca il rimpianto per le conseguenze del comportamento rischioso diminuendone il valore, od aumentando il valore della condotta sicura. Un secondo meccanismo, complementare al primo, agirebbe sulla componente di rabbia verso di sé del rimpianto. Reb (2005) ha dimostrato che rendere saliente il rimpianto aiuta a ponderare le decisioni e le rende più oculate. Infatti i partecipanti all’esperimento di Richard e collaboratori hanno valutato diligentemente le alternative, pesato attentamente i costi ed i benefici del comportamento a rischio. L’ipotesi di Connolly e Reb è che il rimpianto non sia solo sintomatico di decisioni fallimentari ma possa ottimizzare le scelte, sia relativizzando l’utilità che un individuo può attribuire a determinate condotte, sia motivando a cercare strategie per evitare le insidie che si possono celare dietro una scelta. In entrambi i casi l’interscambio tra cognizione ed emozione che caratterizza il rimpianto costituisce un ponte tra la stima ragionata degli obiettivi a lungo termine da una parte, e l’attrazione viscerale per il soddisfacimento immediato dall’altra. Naturalmente, nel caso in cui l’accaduto non è relativo ad una scelta libera da parte del soggetto, sembrerebbe superfluo, anzi si configura come un vero e proprio accanimento, paragonare l’esito ottenuto con altre possibilità e sminuirne il valore. Perchè, quindi, produrre un upward controfattuale focalizzato sulla prestazione, sull’adeguamento alle circostanze? Ritorneremo sulla questione nel paragrafo <em>(o meglio, post)</em> successivo.</p>
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		<title>Le opportunità mancate</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Aug 2008 08:40:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>M. Iacono</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le opportunità generano rimpianti; i sentimenti di insoddisfazione sono più intensi quando le possibilità di una reazione correttiva sono evidenti (Roese, 2005). I rimpianti spingono a ricalibrare le decisioni ed ad intraprendere azioni correttive che migliorino le circostanze della vita &#8230; <a href="http://iacono.wordpress.com/2008/08/20/le-opportunita-mancate/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=iacono.wordpress.com&amp;blog=2191553&amp;post=85&amp;subd=iacono&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Le opportunità generano rimpianti; i sentimenti di insoddisfazione sono più intensi quando le possibilità di una reazione correttiva sono evidenti (Roese, 2005). I rimpianti spingono a ricalibrare le decisioni ed ad intraprendere azioni correttive che migliorino le circostanze della vita (Zeelenberg, 1999). Inoltre essi implicano un’inferenza controfattuale upward (<em>approfondimento al 2° capoverso di <a href="http://iacono.wordpress.com/2008/08/17/il-rimpianto-unemozione-controfattuale/" target="_blank">questo paragrafo</a></em>) che stimola un’ottimizzazione della performance, secondo quanto hanno messo in luce gli studi sul nesso tra implicazioni inferenziali e modificazione del comportamento (Roese, 1994; Nasco e Marsh, 1999; Morris e Moore, 2000). Naturalmente, per essere intrapresa, l’azione correttiva deve essere percepita come possibile ed efficace. Una dimostrazione sperimentale ci viene offerta da Markman, Gavanski, Sherman, e McMullen (1993) che hanno manipolato gli esiti esperiti dai partecipanti ad una partita di blackjack simulata al computer; le conseguenze negative evocavano maggiormente un pensiero controfattuale di tipo upward (e quindi rimpianto) rispetto alle conseguenze positive. Ma questo effetto veniva riscontrato solo quando ai partecipanti veniva data la possibilità di giocare un’altra mano. I risultati sono stati interpretati in termini di perfezionamento del passato attraverso opportunità successive. Gilovich, Medvec e Chen (1995) hanno dimostrato che una ragione per la quale i rimpianti da omissione sono più duraturi dei rimpianti per le azioni è che la riduzione della dissonanza cognitiva è più attiva nei confronti di questi ultimi. I rimpianti relativi alle omissioni lasciano campo libero all’immaginazione ed apertura alle possibilità, a differenza dei rimpianti per le azioni ai quali viene data una sola alternativa: evitare di fare ciò che si è fatto. Gli effetti visibili dell’azione innescano la dissonanza cognitiva che si attiva per mitigare il danno (Gilovich e Medvec, 1995), ed i rimpianti per le omissioni durano più a lungo per mettere in risalto le opportunità percepite. I rimpianti, quindi, accenderebbero i riflettori sulle opportunità per motivare a coglierle, aggiornando continuamente i margini di miglioramento.</p>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/iacono.wordpress.com/85/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/iacono.wordpress.com/85/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/iacono.wordpress.com/85/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/iacono.wordpress.com/85/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/iacono.wordpress.com/85/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/iacono.wordpress.com/85/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/iacono.wordpress.com/85/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/iacono.wordpress.com/85/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/iacono.wordpress.com/85/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/iacono.wordpress.com/85/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/iacono.wordpress.com/85/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/iacono.wordpress.com/85/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/iacono.wordpress.com/85/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/iacono.wordpress.com/85/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/iacono.wordpress.com/85/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/iacono.wordpress.com/85/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=iacono.wordpress.com&amp;blog=2191553&amp;post=85&amp;subd=iacono&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Azioni, omissioni  e fattore temporale nel rimpianto</title>
		<link>http://iacono.wordpress.com/2008/08/19/azioni-omissioni-e-fattore-temporale-nel-rimpianto/</link>
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		<pubDate>Tue, 19 Aug 2008 18:27:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>M. Iacono</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Insieme a quelli dei teorici della decisione (Bell, 1982; Loomes e Sugden, 1982), gli studi che per primi hanno approfondito il peso di questa emozione nell’economia cognitivo-affettiva sono quelli di Kanheman e Tversky (1982). Utilizzando scenari che simulavano scelte in ambito economico, essi conclusero che un esito negativo risultante da un’azione genera più rimpianto dello stesso esito derivante da un’inazione. Ciò è in aperto contrasto con gli studi effettuati da Gilovich e Medvech (1994); le persone a cui chiesero di ricordare i loro rimpianti, richiamavano alla memoria più omissioni <span id="more-80"></span>che commissioni. I ricercatori evidenziarono, quindi, l’aspetto temporale del fenomeno: a breve termine sono più le azioni ad elicitare rimpianto, mentre sul lungo periodo sono soprattutto le omissioni a generare questa emozione; i rimpianti associati alle omissioni sono più potenti nel lungo termine non perché aumentino di intensità bensì diminuiscono in misura minore rispetto al rimpianto provato in seguito a commissioni (Gilovich e Medvech, 1995). Kanheman, nello stesso anno, giunge a delle conclusioni che non concordano con questo punto di vista: i rimpianti a lungo termine relativi alle omissioni sono connotati principalmente dalla nostalgia e non sarebbero così intensi; viene proposta, quindi, una differenziazione tra due differenti tipi di regret: uno hot (cocente) ed un altro wistful (nostalgico). Il primo è associato a perdite ingiustificate e si concentra nel breve termine, mentre il secondo accompagna pensieri di guadagni previsti ma non ottenuti e si intensifica nel lungo periodo: entrambi  condividono ingiustamente lo stesso nome nel lessico (Kahneman, 1995). In un successivo articolo, in collaborazione con Kanheman, Gilovich e Medvec (1998 ) argomentano che, in realtà, i rimpianti per le azioni elicitano principalmente rabbia, mentre quelli relativi alle omissioni evocano sia nostalgia che insoddisfazione, ed una parte di essi sono in effetti nostalgici come suggerito da Kanheman, mentre altri si rivelano intensi, come essi stessi avevano anticipato. Tuttavia, il problema dell’agentività (commissione/omissione) viene brillantemente risolto da Connolly e Zeelenberg (2002), i quali propongono un modello del rimpianto definito teoria della decisione giustificata: il rimpianto relativo alle decisioni si struttura su due componenti, una associata alla valutazione comparativa delle conseguenze, l’altra relativa al sentimento di rabbia verso di sé per aver effettuato una scelta ingiustificata. Il rimpianto sarebbe una combinazione di questi due fattori, che non vanno necessariamente insieme. Si può esperire un rimpianto costituito dal biasimo verso se stessi anche in caso di esiti positivi, come si può provare rimpianto per un esito negativo senza biasimarsi. Naturalmente, per la maggioranza delle scelte che sfociano in esiti indesiderati queste due componenti si intrecciano. A volte, decisioni che all’epoca apparivano ingiustificate, in seguito sembrano giustificate, o viceversa. Ad esempio, Crawford, McConnell, Lewis e Sherman (2002) indussero i soggetti sperimentali a seguire il consiglio (falso) di uno sconosciuto nell’effettuare una scommessa su una partita di calcio, nonostante avessero informazioni dettagliate e precise sulle due squadre. Al momento della decisione, molti partecipanti seguirono i consigli dello sconosciuto. Dopo aver perso, retrospettivamente, biasimarono se stessi, ritenendo la decisione ingiustificata. In questo caso il rimpianto si colora di entrambe le componenti: quella relativa all’esito e quella relativa alla rabbia verso di sé.</p>
<p style="text-align:justify;">Simonson (1992) pose i soggetti sperimentali di fronte a due scelte: optare per una vendita immediata dal guadagno moderato od aspettare e probabilmente ricavare maggior guadagno; comprare un prodotto economico di una marca sconosciuta od optare per un costoso prodotto di una marca famosa. I soggetti del gruppo di controllo non espressero preferenze particolari al riguardo, mentre i soggetti a cui chiese di riflettere sul rimpianto che avrebbero potuto provare successivamente, scelsero le opzioni più sicure in entrambi i casi: il rimpianto li indusse a trovare giustificazioni alle loro decisioni.</p>
<p style="text-align:justify;">In un altro studio (Zeelenberg, Van de Bos, Van Dijk e Pieters, 2002) ai partecipanti fu chiesto quanto rimpianto avrebbe provato un allenatore di calcio se la sua squadra avesse perso dopo aver effettuato (o meno) alcune sostituzioni. I soggetti addossarono più rimpianto all’allenatore che operava la sostituzione, ma solo se la squadra aveva inanellato precedentemente  una serie di vittorie. Se la squadra fosse stata reduce da una serie di sconfitte, l’allenatore che non aveva operato la sostituzione avrebbe sperimentato maggior rimpianto. Secondo le previsioni della teoria delle decisioni giustificate, l’allenatore vincente non sarebbe stato giustificato a cambiare la squadra, mentre quello perdente sarebbe stato giustificato a farlo anche in assenza di risultati immediati.</p>
<p style="text-align:justify;">Tykocinski e Pittman (1998 ) suggeriscono che il mancato sfruttamento di un’opportunità di guadagno  genera un rimpianto che può essere minimizzato dal non partecipare ad una seconda offerta d’acquisto, coniando il concetto di inerzia dell’inazione.  Non risulta chiaro se questo interessante fenomeno si inneschi per evitare il rimpianto anticipato o per sottrarsi a quello presente.</p>
<p style="text-align:justify;">Fujikawa, Niedermeier e Ross (2003) indicano che l’inerzia dell’inazione si verifica solo quando viene attribuita all’esterno la causa della prima inazione; il fenomeno non si verifica se l’inazione viene internalizzata, ovvero ricondotta a cause personali. I ricercatori, inoltre, mettono in guardia le imprese sulle inavvertite conseguenze di campagne pubblicitarie aggressive di lancio di nuovi prodotti, che potrebbero sortire effetti indesiderati.</p>
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		<title>Il rimpianto: un&#8217;emozione controfattuale</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Aug 2008 11:11:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>M. Iacono</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tesi di Laurea]]></category>
		<category><![CDATA[controfattuali]]></category>
		<category><![CDATA[rimpianto]]></category>

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		<description><![CDATA[Controfattuale significa, letteralmente, contrario ai fatti ed il pensiero controfattuale si riferisce alla simulazione di alternative ad eventi passati o presenti. Le esperienze reali vengono quindi paragonate a queste versioni possibili (o impossibili) degli eventi. La comparazione genera sia conseguenze &#8230; <a href="http://iacono.wordpress.com/2008/08/17/il-rimpianto-unemozione-controfattuale/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=iacono.wordpress.com&amp;blog=2191553&amp;post=72&amp;subd=iacono&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Controfattuale significa, letteralmente, contrario ai fatti ed il pensiero controfattuale si riferisce alla simulazione di alternative ad eventi passati o presenti. Le esperienze reali vengono quindi paragonate a queste versioni possibili (o impossibili) degli eventi. La comparazione genera sia conseguenze cognitive che affettive. Le conseguenze cognitive si riferiscono alla formulazione di giudizi sul comportamento che ha prodotto determinati esiti; quelle affettive amplificano le reazioni emozionali alle circostanze. Questi pensieri su cosa sarebbe dovuto o potuto essere prendono spesso la forma di  proposizioni condizionali dove l’antecedente costituisce un’azione o una decisione del soggetto diversa da quella fattualmente vera, ed il conseguente uno stato del mondo diverso da quello reale e posto, spesso, in termini valutativi. La ricerca psicologica sull’argomento era cominciata negli anni settanta (Fillenbaum, 1974), ma esplose quando Kahneman e Tversky (1982) indagarono l’argomento dal punto di vista dei bias cognitivi nella presa di decisione. Gli effetti del pensiero controfattuale sul giudizio sociale sono stati ricondotti principalmente a due meccanismi sottostanti: gli effetti di contrasto e gli effetti di inferenza causale (Roese, 1997). Gli effetti di contrasto si riferiscono al fatto che alcuni giudizi divengono più estremi se giustapposti ad un’ancora od uno standard; un esito può apparire peggiore se è saliente un’alternativa più desiderabile, o migliore se è saliente un’alternativa meno desiderabile. Inoltre, dal momento che possono essere costruiti come proposizioni condizionali relative ad un evento, i controfattuali inducono inferenze causali.</p>
<p style="text-align:justify;">C’è qualcosa di stranamente compulsivo nel confrontare le realtà con ciò che sarebbe potuto essere. Nel pensiero controfattuale si mescolano fantasia e creatività con la realtà delle nostre vite (Roese, Olson, 1995). Fare una scelta è un’intensa esperienza emotiva, quando comporta la valutazione di una serie di opzioni, delle conseguenze delle nostre scelte, della loro desiderabilità. Le emozioni sono suscitate sia nel presente che a lungo termine, in particolar modo negli episodi particolarmente significativi. Vivere un’esperienza, quindi, evoca alternative controfattuali utilizzate come termini di paragone; il punto di riferimento impiegato in questa comparazione determina la qualità della reazione affettiva: i controfattuali “upward” forniscono alternative migliori dell’esito e, nell’immediato, inducono insoddisfazione; i controfattuali “downward” si presentano come alternative peggiori della realtà inducendo sentimenti positivi (Markman, Gavanski, Sherman e McMullen, 1993). Kanheman e Miller (1986) battezzarono questo fenomeno “amplificazione emozionale”.</p>
<p style="text-align:justify;">Più recentemente, il ruolo dei controfattuali nell’amplificazione delle esperienze affettive si è esteso fino a divenire centrale: essi generano suddette esperienze (Niedenthal, Tangney, and Gavanski, 1994).</p>
<p style="text-align:justify;">Zeelenberg, van Dijk, van der Pligt, Manstead, van Empelen, e Reindermann (1998a) hanno studiato il rimpianto e la delusione alla luce del pensiero controfattuale. In un primo esperimento chiesero ai partecipanti di ricordare un episodio significativo delle loro vite in cui avessero sperimentato rimpianto o delusione, ed in seguito li invitarono a produrre controfattuali relativi alle stesse esperienze. Le conclusioni furono le seguenti: le esperienze che hanno come emozione centrale il rimpianto sono associate a controfattuali basati sul comportamento, mentre le esperienze che hanno come tema principale la delusione si associano a controfattuali centrati sulla situazione. Nel secondo e terzo esperimento, Zeelenberg et al. somministrarono ai partecipanti scenari ambigui, che avrebbero potuto elicitare sia delusione che rimpianto. Inoltre manipolarono sperimentalmente il contenuto dei controfattuali, chiedendo esplicitamente ai soggetti di generare controfattuali basati sul comportamento o sulla situazione. Ciò che emerse fu che i partecipanti che avevano generato controfattuali basati sul comportamento riportarono sentimenti di rimpianto per le conseguenze descritte nello scenario, mentre coloro che avevano generato controfattuali basati sulla situazione riportavano sentimenti di delusione per lo stesso scenario.</p>
<p style="text-align:justify;">Dietro le concettualizzazioni teoriche e le operazionalizzazioni sperimentali discusse, c’è l’assunzione che i controfattuali siano realistici, ossia che descrivano uno stato del mondo possibile, appena un poco diverso dal mondo reale. Questa assunzione compare nel saggio di Kanheman e Miller (1986) sulla mutabilità degli eventi: in una situazione data, alcuni aspetti sono più suscettibili di cambiamento di altri e stimolano comparazioni controfattuali. L’affermazione “avevo quasi preso l’aereo” è appropriata e comporterà reazioni affettive intense per un individuo che raggiunge la porta di imbarco quando l’aereo è appena partito, mentre non lo è per il viaggiatore che giunge mezz’ora dopo. Questa assunzione è chiaramente espressa nel lavoro di  Zeelenberg dove gli scenari ambigui possono indurre sia delusione che rimpianto.  Ma evidenze empiriche suggeriscono che le ricostruzioni del passato, piuttosto che essere realistiche ed obiettive, vengono spesso messe al servizio del sé, ovvero cambiate a seconda delle proprie esigenze. Tykocinski (2001) ha dimostrato che una volta che è stato mancato un obiettivo, il soggetto ridimensiona le sue chances iniziali; ovvero abbassa le aspettative ex post facto per mitigare il fallimento (Fischhoff, 1975; Hawkins e Hastie, 1990). Oltre alle aspettative, altri elementi del passato sono passibili di aggiustamento: Ross e collaboratori (Conway e Ross, 1984; Ross e Newby-Clark, 1998 ) hanno dimostrato che le persone rivisitano le loro storie personali alla luce del loro stato attuale.</p>
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		<title>Rimpianto e processo decisionale</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Aug 2008 08:08:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>M. Iacono</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Su due linee di pensiero indipendenti ma parallele, sia Sugden (1982) che Bell (1982) introdussero teorie che incorporavano gli effetti del rimpianto nella teoria economica classica della massimizzazione dell’utile. In entrambe le teorie il rimpianto è un’insoddisfazione derivante dal comparare &#8230; <a href="http://iacono.wordpress.com/2008/08/11/rimpianto-e-processo-decisionale/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=iacono.wordpress.com&amp;blog=2191553&amp;post=68&amp;subd=iacono&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Su due linee di pensiero indipendenti ma parallele, sia Sugden (1982) che Bell (1982) introdussero teorie che incorporavano gli effetti del rimpianto nella teoria economica classica della massimizzazione dell’utile. In entrambe le teorie il rimpianto è un’insoddisfazione derivante dal comparare la conseguenza di un’azione (o inazione) in un determinato stato del mondo con la conseguenza di un’altra opzione nello stesso stato del mondo. Si differenzia dalla delusione che è un’insoddisfazione risultante dal comparare la conseguenza di questa azione (o inazione) in questo stato del mondo con la conseguenza della stessa azione (o inazione) in un differente stato del mondo; affinché il soggetto provi rimpianto, non solo dovrà aver avuto disponibile un altro corso dell’azione che lo avrebbe condotto ad un esito differente e più desiderabile, ma deve anche conoscere quale esito sarebbe potuto scaturire dall’altra azione. Per esperire rimpianto è necessario un feedback informativo sugli esiti di un’altra possibile azione. Nello sviluppare la loro personale teoria del rimpianto, Loomes e Sugden definiscono il rimpianto, in uno scenario a due opzioni, come una riflessione del soggetto su quanto meglio la sua posizione sarebbe stata se fosse stata scelta l’altra possibilità. Come ci indica Munier (1989), tale definizione sembrerebbe una generalizzazione della teoria economica della massimizzazione dell’utile, dove l’utilità si allarga fino a comprendere, calcolandole, le finite vie del possibile. Si assume che il soggetto, posto di fronte ad una decisione, generi supposizioni probabilistiche o aspettative sugli effetti delle proprie azioni, processando l’informazione disponibile sulla scorta di principi statistici. Kahneman e Tversky (1972, 1973; Tversky e Kahneman, 1971, 1973, 1974, 1982) ridimensionano il peso della razionalità nei processi decisionali, dove entrano in gioco errori, bias, distorsioni comuni. Il filo rosso che accomuna i loro primi lavori è la convinzione che il giudizio probabilistico si basi su delle scorciatoie cognitive o euristiche che deformano la realtà. Ne è un esempio l’euristica della disponibilità, quando le persone stimano le probabilità in base alla facilità con cui riescono ad evocare esempi; di conseguenza viene assegnato un valore sproporzionato a quella informazione meglio, o più facilmente, ricordata. Non solo i giudizi, ma anche la presa di decisione in condizioni di incertezza si discosta sistematicamente dalle previsioni delle teorie economiche classiche (Kahneman e Tversky, 1979; Tversky e Kanheman, 1991, 1992; Kanheman e Lovallo, 1993; Kahneman, Knetsch e Thaler, 1990). Si è molto più sensibili al modo in cui una conseguenza differisce da un livello di riferimento (o status quo) non costante, che ad una conseguenza misurata in termini assoluti (focalizzarsi sui cambi piuttosto che sui livelli è una prerogativa umana evidente nella percezione della temperatura e della luce). Queste considerazioni portano a rivedere la teoria classica del rimpianto; nella teoria del prospetto di Kahneman e Tversky il soggetto, posto di fronte ad una scelta, non è concentrato su valori finali di benessere per se, ma sui cambiamenti di livelli di benessere relativi a qualche punto di riferimento, che può essere lo stato di benessere corrente del soggetto, cosicché benefici e perdite sono definiti relativamente allo status quo; od anche un’aspirazione, un livello di benessere che si desidera acquisire.Va rilevato che secondo la teoria del rimpianto (Loomes e Sugden, 1982) è necessario conoscere cosa sarebbe accaduto dopo una scelta differente. Naturalmente, non sempre tale feedback è disponibile, e questo influirà sull’elicitazione del rimpianto. Studi recenti hanno messo in luce nuove ipotesi attinenti agli effetti del feedback sull’utilizzo da parte del soggetto delle sue stesse predizioni del rimpianto in contesti decisionali (Larrick e Boles, 1995; Ritov, 1996; Zeelenberg, Beattie, van der Pligt e de Vries, 1996; Zeelenberg e Beattie, 1997): i soggetti considerano nel processo decisionale l’anticipazione del rimpianto che potrebbe conseguire ad una scelta sbagliata. Inoltre le decisioni verranno influenzate dalle supposizioni del soggetto circa la disponibilità del feedback. A partire dalle esplicitazioni della teoria classica del rimpianto, i suddetti autori affermano che se i soggetti si aspettano di non ricevere feedback su potenziali rimpianti, la possibilità di rimpianto non viene presa in considerazione. In queste ricerche, ai soggetti viene chiesto di scegliere fra due scommesse indipendenti: una è rischiosa, con bassa probabilità di vincere ma grossa ricompensa; l’altra è sicura, con alta probabilità di vincere ma poca posta in palio. Quando ai soggetti viene detto che verranno informati sui risultati di entrambe le scommesse, alcuni scelgono l’opzione sicura, altri quella rischiosa. Però, quando viene loro detto che conosceranno il risultato della scommessa rischiosa indipendentemente dalla loro scelta, ma sapranno i risultati della scommessa sicura solo nel caso in cui la scelgano, la maggior parte dei soggetti opta per la scommessa rischiosa. Ciò vale anche per la scommessa sicura, invertendo la situazione. Questi risultati corroborano l’ipotesi che i soggetti anticiperanno la possibilità di esperire rimpianto solo se messi in condizione di scoprire che la conseguenza dell’altra opzione potrebbe essere migliore; quando manca un’informazione di ritorno sulle opzioni, il rimpianto non influenza la presa di decisione. Zeelenberg et al. (1996), tuttavia, ritengono che questi risultati scaturiscano dall’impostazione stessa del disegno sperimentale che portava a confondere il rischio delle opzioni con il feedback ricevuto e presentano un disegno sperimentale dove queste variabili non vengono confuse; i risultati dimostrano che i partecipanti optano per scelte che minimizzino il rimpianto e non il rischio. Dopo che è stata fatta una scelta si dovrebbe evitare di reperire informazioni che potrebbero far rimpiangere le decisioni prese; il feedback sulle conseguenze positive di un’alternativa scartata e sulle conseguenze negative dell’opzione scelta può elicitare rimpianto. Infatti è stato dimostrato che si tende ad evitare informazione post-hoc in contrasto con la decisione presa in favore di informazioni che supportino l’opzione scelta (Frey, 1986).</p>
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		<title>Il rimpianto</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jul 2008 01:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>M. Iacono</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tesi di Laurea]]></category>
		<category><![CDATA[analisi del campo semantico]]></category>
		<category><![CDATA[rimpianto]]></category>

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		<description><![CDATA[Analisi del campo semantico È stato scritto che tutti sanno cosa sono le emozioni tranne quando devono fornirne una definizione (Fehr e Russell, 1984); ciò vale in particolar modo per il rimpianto, non essendo annoverabile tra le emozioni fondamentali e &#8230; <a href="http://iacono.wordpress.com/2008/07/25/il-rimpianto/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=iacono.wordpress.com&amp;blog=2191553&amp;post=59&amp;subd=iacono&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Analisi del campo semantico</strong></em></p>
<p style="text-align:justify;">È stato scritto che tutti sanno cosa sono le emozioni tranne quando devono fornirne una definizione (Fehr e Russell, 1984); ciò vale in particolar modo per il rimpianto, non essendo annoverabile tra le emozioni fondamentali e nascondendo ad una prima analisi la sua utilità adattiva. Il rimpianto, etimologicamente, è un pianto rivolto al passato, ovvero rammarico per un’esperienza significativa del passato non interamente vissuta e comunque non ripetibile che spesso alimenta fantasie compensatorie in corrispondenza con i desideri rimasti inappagati (Galimberti, 1999). È un sentimento doloroso per la perdita irrimediabile di qualcosa di caro o di prezioso; nostalgia per chi non c’è più, per ciò che non si ha più, di cui non si può più godere; rammarico per ciò che non si è fatto, per le occasioni non colte; sentimento di mancanza, di privazione (Battaglia, 2005). Il corrispondente termine inglese regret ha diversi significati: “ricordare con dolore o angoscia; addolorarsi per la perdita o la morte di”; “avere timori, paure, o angosce, essere molto dispiaciuto per i propri sbagli”; “dolore causato da circostanze oltre il proprio controllo; angoscia o dolore accompagnati da delusione, insoddisfazione, brama e rimorso” (Webster‘s Unabridged Third New International Dictionary). Il regret, oltre a configurarsi semanticamente come il corrispondente italiano, sembra riferirsi anche all’emozione che scaturisce dalle conseguenze che si esaminano a posteriori sulle scelte effettuate, contemplando un’emozione più vicina al rammarico.</p>
<p style="text-align:justify;">Il rimpianto sorge, quindi, da un desiderio inappagato o non più appagabile: desiderium uxoris defunctae, si legge su una lapide romana. Il ”de” privativo di de-siderare indica un cessare di vedere, constatare l’assenza di stelle, quindi disorientamento nel senso più ampio del termine, geografico e psichico. In questo senso desiderare è in stretta analogia con considerare, che significa valutare le stelle per orientarsi, ponderare un problema nei suoi vari aspetti per prendere una decisione: possiamo anticipare che la letteratura psicologica ha messo in evidenza la compresenza dei due aspetti, della considerazione (errata) e del desiderio (inappagato), nel rimpianto.</p>
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		<title>Rimpianto e responsabilità</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jul 2008 21:43:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>M. Iacono</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tesi di Laurea]]></category>
		<category><![CDATA[agentività]]></category>
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		<category><![CDATA[responsabilità]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Intraprendere un cammino tra svariati percorsi possibili è un’intensa esperienza emotiva, sia nell’immediato che nel lungo termine: nel considerare le alternative non percorse, il valore assoluto delle opzioni riveste un’importanza relativa e cede il passo al significato attribuitogli dal soggetto. Rimpiangere un evento induce a dotarlo di significato e ad integrarlo nel proprio vissuto, quando questo irrompe nel mondo interiore come un dolore che nel tempo cambia valenza, con sfumature che vanno dalla rabbia, alla delusione, al rammarico, fino ad arrivare alla tristezza ed alla nostalgia, condizionando, ed essendo condizionato da, le decisioni importanti, che si strutturano su tutta una serie di microdecisioni quotidiane. Il rimpianto si presenta come un’emozione complessa, nel dispiegarsi della quale il contributo della cognizione non è affatto trascurabile. Focalizzarsi sulle alternative non percorse di scelte effettuate, od anticipare un rimpianto che si potrebbe esperire in seguito a decisioni importanti, dinamizza il concetto di tempo, annullandone la linearità. Tale fenomeno complica l’interpretazione del ruolo della responsabilità nell’elicitazione e nella intensificazione del rimpianto, che, colto nella sua accezione positiva, si trasforma in una potente motivazione al cambiamento.</p>
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